miscellanea

Filippo Rossi: musica dipinta P. Marko Ivan Rupnik Artista, Direttore Centro Aletti, Roma

Filippo Rossi: musica dipinta “Chi va oltre la concezione superficiale e dunque erronea delle cose santifica il visibile, consuma quale cibo spirituale i logoi invisibili e ottiene la contemplazione della natura nello Spirito… Costui vede il senso spirituale degli esseri attraverso la loro forma visibile… Accogliendo così le epifanie del divino, il suo intelletto riceve una trasparenza più divina”: Massimo il Confessore, Questioni a Talassio 27, PG 90, 356a. Sembra ormai un tempo molto lontano quello in cui nella pittura Vassily Kandinsky cercava di rendere il colore un linguaggio autonomo. Sia Matisse, sia altri come Arshile Gorky, volevano far vedere che il colore in se stesso contiene dei contenuti simbolici di una profondità insondabile. Erano convinti che questi contenuti, ai quali si può avere accesso proprio tramite il colore, non sono legati agli oggetti, al mondo materico figurativo. Basta già questo per rendersi conto che non è un caso che questi maestri abbiano tutti in qualche maniera delle radici nel mondo dell’arte bizantina. E’ l’arte bizantina, infatti, ad aver messo in rilievo l’importanza del colore puro e ad affermare che l’armonia dei colori non dipende dal mischiare i colori, togliendo loro, in un certo senso, “personalità”. Si apriva così una nuova via dell’arte simbolica, non legata all’immagine. Giustamente le attese spirituali e, perché no, anche religiose potevano essere molte. Ma la storia non è andata linearmente in questa direzione, “liberando” il colore dalla figura e dall’oggetto. E, invece di aprirsi una strada di approfondimento simbolico in senso spirituale, si è optato per una liberazione dell’espressione massicciamente psichica. Sono nate diverse correnti dell’espressionismo: astratto, informale ecc. Tutto questo ha dato sfogo ad un linguaggio soggettivo, all’affermazione di un codice soggettivo della realtà. E infatti, di pari passo, si faceva avanti una cultura con forti accenti soggettivisti e individualisti, che in fin dei conti celebravano come opera d’arte già il fatto stesso dell’espressione dell’uomo. Su questa scia, in un modo o in un altro, siamo giunti a una specie di soffocamento della creatività artistica e l’opera degli artisti è stata sempre più fortemente segnata dall’incomunicabilità – dunque dalla solitudine e, di conseguenza, dalla precarietà. Non siamo più riusciti a perforare il chronos e ci siamo accontentati delle diverse installazioni e sperimentazioni virtuali, alle volte scivolando addirittura nella sfida aperta al chi osa di più. L’indagine cominciata con Kandinsky e con pochi altri rischia dunque di rimanere una parentesi senza un vero seguito. La pressione accumulata sul soggetto lungo i secoli passati era troppa e perciò, aperto il coperchio, si è verificata un’esplosione. Se la pittura occidentale già da molti secoli ha optato per il reale, inteso ed elaborato secondo una forma ideale, nel XX secolo si doveva constatare un rovesciamento della direzione. Non si riusciva più a intravedere né il reale, né tantomeno la sua idealizzazione. Ma queste due realtà erano apertamente sfidate da uno spirito ribelle a entrambe. Filippo Rossi si presenta oggi sullo scenario dell’arte contemporanea quasi come un fenomeno isolato. In una controtendenza coraggiosa, in una esplicita e affermata fedeltà alle intuizioni fondamentali e iniziali, vuole portare avanti la ricerca dei contenuti metafisici e simbolici esplicitamente spirituali del colore e della materia. E’ importante che qualcuno voglia prendere la staffetta di quei grandi pionieri dell’indagine simbolica del colore e della materia, liberata non solo dal mondo delle immagini, ma soprattutto da una condensa psicologica e psicoanalitica. La prima cosa che Rossi scopre e accetta nella sua via artistica è che il colore è la testimonianza della luce e che la materia con la luce diventa manifestazione della vita. Perciò il suo cromatismo diventa sempre più raffinato, sensibile, delicato, decisamente orientato verso l’oro, cioè verso la luce. Più che il colore diventa una nuvola che permette di vedere la luce, più che si trasforma in quello spettro immateriale che coglie la luce, più anche la materia nelle sue opere diventa mossa, ferita, bucata, perforata. Come se si volesse andare oltre la corteccia. Ma ogni ferita nella materia dischiude la luce, e la materia affonda nella luce. Così il mondo di Rossi diventa un arcipelago, un’allusione al rapporto tra la terra e le acque nell’exaemeron della Genesi. In certe sue opere non si percepisce più se le isole sono la materia nell’oceano del colore o l’oceano è la materia seminata dalla luce e dal colore. Non mi stupisce che Rossi cominci a scrivere la musica nella sua pittura. E che ciò avvenga nell’opera intitolata Annunciazione. Questo mi conferma che la sua arte vuole essere un sismografo dei toni e dei suoni più impercettibili, e che il suo principale interesse è la compenetrazione della luce e della materia. E questa compenetrazione noi la chiamiamo colore. Per questo sono convinto che la sua “ripresa della staffetta” lo spingerà a correre e a faticare ancora con tanto sudore. Infatti, mi sembra che tutto stia annunciando una nuova fase, e prima o poi vedremo nell’opera di Rossi quando il colore, come incontro verginale tra la luce e la materia, crea l’immagine. La croce e la musica sono le prime immagini nell’arte di Rossi, e annunciano un divenire pasquale. Queste immagini sono inevitabile in cammino, perché solo la forma, per se stessa, non può dire tutto del colore, della luce e della materia. Ma lo può dire solo il Volto. Ma questo apparire dell’immagine e del volto dovrà essere così nuovo come lo era liberare il colore dall’immagine in Kandinsky. Questo incontro l’anima di Rossi già lo vive e lo gusta nella sua vita quotidiana. E quando uno vive la vera vita non può non rivelarla, perché ciò che si vede e si gusta si esprime e si realizza nella creatività. Filippo Rossi: musica dipinta P. Marko Ivan Rupnik Artista, Direttore Centro Aletti, Roma