miscellanea

L'astrazione del Sacro Prof. Mons.Timothy Verdon Direttore Museo dell'Opera di Santa Maria del Fiore, Firenze

L’astrazione del Sacro La scelta di Filippo Rossi di creare arte cristiana in un idioma astratto è coraggiosa. Sin dall’inizio, la tradizione ecclesiastica ha privilegiato il figurativismo, e questo per l’evidente motivo che Cristo stesso, l’incarnato Verbo di Dio, ha narrato del suo Padre mediante i gesti del proprio corpo e i movimenti del suo spirito, nonché in parabole che parlano della vita di uomini e donne. Di conseguenza il linguaggio visivo narrativo per antonomasia, il figurativismo con elementi di naturalismo e d’indagine psicologica, è parso ai cristiani quasi obbligatorio, anche se suscettibile di periodiche modernizzazioni e di commistioni con altri stili. Soprattutto le esigenze catechetiche delle immagini cristiane sembravano richiedere una chiarezza e una specificità che solo il figurativismo poteva garantire. In verità però l'arte non serve alla Chiesa solo come strumento didattico. Nel contesto liturgico, ad esempio, essa è chiamata a diventare segno capace di introdurre nell'ambito del mistero, e questo a prescindere da eventuali elementi narrativi del rito. L'uso di immagini nel contesto della liturgia serve infatti a manifestare il particolare rapporto che, grazie all'Incarnazione di Cristo, sussiste tra segno e realtà all'interno dell'economia sacramentale - un rapporto che traspare non solo in raffigurazioni narrative ma in tutte le opere che l'uomo associa al culto divino, dai vasi sacri e tessuti alle più monumentali costruzioni architettoniche. L'uso stesso delle cose nella liturgia rivela ed attualizza la vocazione del mondo infraumano, chiamato assieme all'uomo e per mezzo dell'uomo a rendere gloria a Dio. Per un processo misterioso e nel contempo semplice, questa "rivelazione" diventa poi parte della fede vissuta, specialmente nell'ambito della celebrazione e del culto eucaristico: trovando Dio presente nella materia, il credente è portato a cogliere la nuova dignità di ogni cosa materiale, diventata ormai (almeno tendenzialmente) "ostensorio", come ogni "vedere" umano è ormai chiamato a diventare contemplazione adorante. È in questo senso In questo senso la sperimentazione di Filippo Rossi con l’astrattismo si colloca benissimo nell’ambito del sacro cristiano. Un buon esempio è l’opera premiata nel 200?, Famiglia di Dio. Famiglia dell'uomo, che suggerisce la chiarezza e assolutezza intellettuale che i segni ren¬dono possibili: fa vedere il Salvatore nato come luce nel legno dorato di una croce a "tau" - legno dorato che s'incastra però col legno grezzo allusivo a san Giuseppe, rappresentante della storia d'Israele in cui il Figlio di Dio s'inserisce, e con il bianco sfiorato dall'oro che allude a Maria. Infatti, il Cristo che nasce a Natale e a Pasqua muore e risorge è lui stesso il definitivo segno che Dio offre all'umanità, come fa capire Isaia quando dice: "Tutti i con¬fini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio" (Is 52,10). Ma è veramente arte sacra, un'opera così lontana dalla tra¬dizione? Io credo di sì, perché "la Chiesa non ha mai avuto co¬me proprio uno stile artistico, ma, secondo l'indole e le condi¬zioni dei popoli, e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca". La millenaria tradizione cristiana of¬fre poi esempi eccelsi di arte astratta oltre che figurativa, e que¬sto non solo nel periodo paleocristiano ma anche nel cuore del figurativismo rinascimentale. Sbaglia infatti chi ritiene che i lin¬guaggi dell'arte contemporanea non siano adatti al sacro solo perché l'astrattismo e l'informalismo, come l'atonalismo musi¬cale, in qualche modo mettano un colto art pour l'art al posto dell'umile fede nel Verbo fattosi carne. Sbaglia perché il cri¬stianesimo non è manicheo: all’aut-aut preferisce l’et-et, sicuro che ogni autentica esperienza estetica può rientrare nel piano provvidenziale di Dio. Il grido di Cristo sulla croce, certamen¬te "atonale", infatti è parte della nostra historta salutis, come lo è l'ordine sparso - quasi "informale" - dei fiori del campo, più belli di Salomone in tutto il suo splendore. In questo senso un’altra opera di Rossi, il suo Magnificat – dipinto nel 2008 ed ora in una monastero ecumenico negli Stati Uniti, è un vero capolavoro. E’ composta di tre grandi tavole componenti una so¬la scena che evoca il rendimento di grazie di Maria al suo Crea¬tore - una gratitudine che l'artista interpreta in chiave musica¬le. La preghiera della giovane donna scelta da Dio per portare Cristo al mondo sale forte ma dolce, melodiosa, verso Dio. Si tratta però di un canto a due voci. In basso, i pensieri traboccanti di gioia della "piena di Grazia" luccicano di vari tipi di oro, e salgono verso Chi da loro splendore — verso il Dio sol iustitiae - note armoniche che si irraggiano dai tre pentagrammi disposti su di ogni tavola del trittico. Questi so¬no differenziati: nel comparto centrale, come a suggerire il moto musicale del canto, il pentagramma è interrotto, men¬tre nei due pannelli laterali i pentagrammi uniscono la crea¬tura al Creatore senza alcuna interruzione. Maria per un istan¬te ha infatti esitato e, turbata, ha chiesto all'angelo: "Come avverrà questo, poiché non conosco l'uomo?" (Le 1,34); Dio invece ama ab aeterno la creatura prescelta come scrigno delsuo unico Figlio. Ma le tre tavole insieme compongono una sinfonia che si espande per tutta l'opera, facendo vedere co¬me pura musica colei che disse "l'anima mia magnifica il Signore" - una donna nel sole che canta, mentre nel suo grem¬bo sorge la luce degli uomini, Cristo. Ecco, non solo il figurativo tradizionale ma anche questo tipo di figurazione astratta può accompagnare il cammino interiore dei cristiani. Cristo stesso, pur nella concretezza del corpo assunto da Maria, non esitò a presentarsi in termini lontani da ogni possibilità figurativa, identificandosi come "via", "verità", "vita", "Risurrezione" e "luce" degli uomini. Così l'arte che si riferisce a Cristo, Verbo incarnato del Padre, può benissimo rivestire di forma e colore anche le parole più "astratte" del Salvatore, soprattutto per incentivare alla preghiera dove ognuno è chiamato ad andare oltre le conoscenze sensorie, e massimamente per accompagnare la preghiera liturgica, dove il carattere segnico dei riti invita a non soffermarsi sull'aspetto esteriore delle cose. Timothy Verdon Direttore, Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore, Firenze