miscellanea

L'Astrazione della Parola. Prof.Antonio Natali, Direttore Museo degli Uffizi, Firenze.

L’astrazione della Parola “… l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte”. A leggere questo brano di Giovanni (20, 4-7) credo venga spontaneo, a chi ha pratica d’arte contemporanea, di pensare che potrebbe da solo funzionare come lirico canovaccio per la scena di Cristo risorto. E mi fingo un altare su cui s’apra, a mo’ di nicchia squadrata, un piccolo vano buio, con una luce che, fioca, illumina la pietra dove prima era deposto il cadavere di Gesù. E, di lato, il sudario; e, a terra, le bende. Senza che nessuna figura umana compaia. Rappresentazione che oggi diremmo concettuale della resurrezione di Cristo. Rappresentazione silenziosa e struggente; fedele, nella sua palese astrazione, alla memoria tramandata dall’evangelista. Rappresentazione appunto astratta; che suona pertinente sia alla vicenda raccontata da Giovanni (che difatti è inammissibile per i parametri logici della mente umana) sia alla cultura dei tempi nostri. Alla quale invece riuscirebbe estranea quell’immagine di Cristo radioso (che in antico ha commosso generazioni di fedeli) se le opere d’arte avessero nelle chiese tenuto il passo coi tempi. La devozione popolare (complice una disinformata catechesi delle immagini) non solo è tuttora incline all’espressioni tradizionali, ma addirittura ricusa ogni comunicazione aggiornata; che reputo sarebbe invece risultata comprensibile e fors’anche, anzi, auspicata se le istanze conciliari connesse alla ‘mediazione culturale’ fossero state davvero recepite. L’interrotta relazione fra il mondo dei credenti (laici e clero, e dunque la chiesa) e la cultura figurativa (ma sarà da aggiungere subito, anche, quella musicale) ha causato uno scollamento che sarà difficile saldare. Non c’è tempo qui per interrogarsi sul rapporto odierno fra arte e religione, né sulle cause d’una lacerazione che ormai è lunga un secolo (almeno da quando l’espressione figurativa ha rotto gli argini della rappresentazione veridica). Si potrà però almeno constatare una diffusa disposizione negativa nei confronti dei linguaggi attuali, quasi fossero densi di pericoli per la spiritualità, se non proprio antitetici alla fede. E invece l’espressioni concettuali o quelle informali sembrano essere (assai più della figurazione naturalistica, che invece prolifera sugli altari delle chiese) pertinenti all’essenzialità sovente scabra della parola evangelica e all’astrazione talora vertiginosa delle verità basilari del cristianesimo. Ecco: le creazioni di Filippo Rossi sono un buon attestato di quanto un eloquio non mimetico possa essere aderente allo spirito della fede in Cristo. So di ricorrere a un’opera di lui ch’è stata da altri richiamata in molte circostanze proprio per esaltare la sua capacità di sublimare nell’astrazione i temi del sacro; non di meno io pure m’appellerò a quell’opera, nota col titolo Lux in tenebris, giacché si presta bene alla materia dei nostri ragionamenti. L’oro che traversa come un fascio di luce la povera presenza d’un legno umile, annerito nelle due metà laterali, davvero si configura come una chiosa lirica al ‘prologo’ giovanneo: con vocaboli astratti s’illustra, giustappunto, l’astrazione di quel mirabile preambolo. Mi chiedo però – cercando d’andare oltre – se la titolazione imposta a quella piccola tavola, alla fine non séguiti a sottendere la necessità d’una rappresentazione che sia pur sempre imitativa. Titolandola infatti Luce nelle tenebre, si rischia di dar l’dea di volerne giustificare le sembianze; che, per esser prive di nessi coi dati naturali, s’intendono far tornare convenienti all’illustrazione d’una nozione incorporea. Reputo invece importante, nel percorso di riappropriazione d’una lingua figurativa che continuamente s’evolve e muta, attribuire a opere come quella di cui si va trattando, una valenza illustrativa e insieme esegetica. In ultima analisi, il suggerimento (dettato non già da esigenze nominalistiche, bensì educative) è quello d’assegnare alla felice invenzione formale di Filippo Rossi il ruolo nobile della raffigurazione d’una vicenda storica. Raffigurazione concepita secondando un codice espressivo ovviamente diverso da quello consegnatoci da una tradizione aulica, ma ideologicamente e filosoficamente conforme alla cultura della stagione attuale. Potrebbe, per esempio, tornare vantaggioso all’assunto didattico prefissato (suonando al contempo struggente) designare l’opera come icona d’un Cristo sofferente, forse addirittura un Ecce Homo. Gesù – evocato nell’astrazione della luce (a lui teologicamente pertinente) che brilla nelle tenebre (del rifiuto e del male) – è offerto alla stregua d’un corpo verberato: la banda dorata, che verticale rifulge e al Figlio dell’Uomo allude, è sfregiata in alto da un’incisione decisa, quasi fosse il segno sanguinante del flagello che finora ha infierito sulla carne. E mi figuro – ancorché in scala maggiore – l’opera di Rossi sulla mensa d’un altare dedicato alla Passione redentrice di Gesù: un Cristo alla colonna che oggi sommuova il cuore del fedele, così come ai primi del Seicento poteva accadere al cospetto del Cristo flagellato del Merisi in San Domenico Maggiore a Napoli. Non è un confronto di qualità pittoriche (per chiunque insostenibile con Caravaggio). È invece un confronto di culture e di sensibilità. Ed è, a mio giudizio, vitale che – quanto a cultura – la Chiesa recuperi la rispondenza coi tempi, generosamente ascoltandone le difficoltà e accogliendone, senza preclusioni espressive, le sollecitazioni più poetiche. Prof. Antonio Natali Direttore Museo degli Uffizi, Firenze