miscellanea

Il Nero e l'Oro di Filippo Rossi Prof. Giovanni Bonanno Accademia di Belle Arti, Palermo

Evocativa dell’esistenzialismo astratto, entro cui freme la memoria agostiniana di Congdon, e dell’inquietudine del secolo breve, segnato dal nichilismo e dalla spes contra spem, appare la creazione pittorica di Filippo Rossi. Artista che tende a fondere gli opposti in una unità di forma che intriga la mente e affascina lo spirito. Luce lancinante l’ombra, lama che squarcia la materia bituminosa, generando bagliori, di vita è l’opera che risucchia nel gorgo del suo enigma, oltre il tempo e lo spazio. Telero epifanico dell’invisibile, della trascendenza dell’uomo, del suo essere buio, male, trafitto da un improvviso raggio. Una pittura inedita, eppure antica. E’ toscano di Firenze Filippo Rossi. Erede, come ogni fiorentino, delle terzine dantesche e della latinità di Giotto, aperto alla dialettica di Caravaggio, compreso della gravità del novecento e dei suoi attori. In una interiorità quasi monastica accoglie la storia, il travaglio della condizione umana, l’urlo riecheggiante nel cosmo. Ma non è terrifica la sua visione. Sembra piuttosto quella di un asceta, forse di un Giovanni della croce che nella notte oscura scorge un corpo di luce pencolante dentro la plumbea campitura del golgota. Un corpo astrale, maculato di rosso nell’evanescenza dorata, che palpita di dolore e d’amore. Sacramento del Figlio dell’uomo, segno divino, icona di carne trasfigurata, quella stessa che Maria di Magdala vorrebbe abbracciare nell’alba della pasqua. Pittura catartica benchè plasmata di turbamenti. La sua è dimensione filosofica e teologica. Del duplice processo fondante l’io della persona. Di ragione dubbiosa e del dubbio della fede. Spazio plasticamente catramoso, stratificato di nero su nero, che radiografa l’esistenza dell’uomo, che un taglio bianco, un aculeo di sangue, un lampo d’oro perfora. E la luce che si svela scende subitanea dall’alto irrorando il buio, oppure lievita lentamente da terra ascendendo verso il cielo. Imagine del Logos giovanneo che penetra i corpi ridestando alla vita, transustanziando la carne in luce. Perviene alla chiarità dell’astrazione dopo un iter accademico e un vagolare nei territori del figurativo Filippo Rossi. L’incipit è nel realismo espressionista che presto si libera dall’infrastruttura della maniera per approdare prima all’informale di impasti cromatici, che si movimentano in piani di geometria, quindi alla rarefazione dei colori che, ispirati da Rothko, si liquiefanno dilatandosi in vaste partiture. Operazione complessa, di pregnante visionarietà, che giunge, in quest’ultimo periodo, a mirabile esito. Non più l’esuberanza fauve, bensì il silenzio metafisico, la notte profonda, l’incanto del mattino. Così vive la pittura di Rossi, dischiusa all’arcano con la trasparenza di pochi colori materici che fecondano lo spazio illimite. Dominano il nero e l’oro nelle tele che sventolano come stendardi. Il nero di Ribera e di Burri; l’oro di Bisanzio, di Simone Martini, di klimt. Antitetici e complementari. Problematici e divinizzanti. Dialettica che rappresenta, nella concitazione di ombre e luci, la quotidianità dell’esistere, il dilemma del dramma e del sogno. Si compenetrano disperazione e speranza, l’inferno del peccato e il paradiso della grazia. Ardita è la struttura pittorica che mostra nell’oro l’energia teocratica di Ravenna e Monreale, l’eleganza fiabesca di Siena, il vitalismo secessionista di Vienna, mentre nel nero insiste la cupezza di mille inquisizioni e l’angoscia nietzschiana del secolo atomizzato ad Auschwitz e Hiroshima. Coinvolgente pittura che interpella e attende. Scuote con il silenzio carico di pensieri e rifiuti, ascolto e preghiera. Suscita empatia perché veritiera nella fibrillazione dello scontro e nella fragranza lirica del cielo che schiude orizzonti teologali. Forse due tavole, in particolare, sintetizzano il senso sacro dell’artista e il suo immergersi nel mistero. La prima è Lux in tenebris del 2005 che si invera nel pessimismo cristiano, l’altra Magnificat del 2008 che si inebria di sole. Rivelatrice Lux in tenebris di una bellezza tormentata da grumi e ombre letali, pur nell’irrompere della luce; Magnificat di un’estasi dentro l’infinito d’oro, ritmato da frammenti che danzano ascensionalmente. Pala, questa, che rievoca, con ottica simbolista, il senese Martini e il fiorentino Beato Angelico per l’armonia della forma, la misura classica, la musicalità gregoriana, la poesia mistica. Un’opera di adorante contemplazione che canta, con la voce di Maria, l’alitare di Dio nell’oceano di grazia. Pittura subtramata di rimandi - quella di Filippo Rossi - dei nomi di alcuni maestri, significante l’indicibile splendore del dubbio e della fede. Dell’arte cioè che ritrae il volto del nulla, l’angoscia dell’uomo, la presenza sublime del Logos. Prof. Giovanni Bonanno Accademia di Belle Arti, Palermo