miscellanea

Filippo Rossi. Unum, Unicum, Continuum. Cromie e forme 'mosaicali' per intuire il Divino fra armonie e dissonanze. A cura di Giampaolo Trotta. Personale di Filippo Rossi presso la Galleria Civica d'arte Antica, Moderna e Contemporanea 'Giuseppe Sciortino'. Complesso Museale Guglielmo II, Monreale.

E pluribus Unum, Unicum, Continuum: cromie e forme 'mosaicali' di un’idea fideistica complessa Un discorso a parte merita, nell'ampia produzione artistica (per lo più a sfondo sacro) di Filippo Rossi, Unum, Unicum, Continuum, l’opera appositamente ideata ed eseguita per questa mostra siciliana nel complesso basilicale di Monreale. Si tratta, in realtà, di una molteplicità di opere, che, però, costituiscono nel loro insieme un'opera sola, un ‘unico’ irripetibile che esclude 'altri', un’opera globale dove i vari elementi sono sentiti come grandi tessere di un mosaico, però da comporre e scomporre e nuovamente ricomporre: opere che possono avere anche una vita a sé stante, ma che trovano motivazione cromatica e simbolica nel continuum di una sorta di 'catena', nella percezione di ‘totalità’ pur nella fruizione diretta da parte del pubblico che virtualmente potrebbe interagire e modificare lo stesso schema compositivo. Come il Dio dei Cristiani è unico pur in tre Persone e come la Chiesa che, al pari del corpo, pur avendo molte membra diverse e diversificabili rimane un corpo solo. Così, i ‘mosaici’ cromatici di Rossi ci catturano facendoci pensare, mediante una sottile e 'tranquilla' fede. Questa, per lui, è la via che deve perseguire l’Arte. A Monreale, viene presentata quest'ultima fatica dell'artista … in continuum, un'opera corale, imponente, concepita per esprimere, in un’estrema tensione espressiva, una visione poetica e fideistica frammentata, sincopata e transitoria che aspira all'intuizione dell'Assoluto. Le molteplici combinazioni possibili, spettacolari e straordinarie, spingono l'osservatore alla meditazione. Lastre di polisterene (il noto polimero termoplastico oggi universalmente impiegato dall'industria e che ha sostituito spesso anche i vecchi contenitori in metallo o in vetro) sono tagliate basandosi sul modulo di cm 60x60, creando elementi formalmente 'classici' di 1 modulo di rapporto 1:1 (cm 60x60) o di 2 moduli di rapporto 1:2 (cm 60x120). Una serrata e 'magica' rete armonica, di sapore quasi umanistico neoalbertiano (neovitruviano), ma di ascendenza simbolica anche bizantina (dal carattere intensamente spirituale, solenne ed aulico), che fa assurgere gli elementi-pannelli a vere e proprie mega-'tessere' di un'orchestrazione musiva. La cinquantina di pannelli-'tessere', trattati astrattamente con acrilici, smalti e cere, si uniscono a formare un disegno geometrico simbolico: una croce o una teoria a fascia. le 'tessere' divengono un muro di partiture che si fondono e si confondono a formare un concerto dove, come suoni 'visivi', le immagini astrattamente cromatiche si intrecciano le une con le altre e strutturano insiemi sempre diversi. Si crea una profondità infinita, una materializzazione della forza pittorica e del mondo interiore. Così, in continuum, le opere assemblate insieme di Rossi, restituendoci - in una drammatica tensione - lacerti arcaici e bizantini, richiamano immagini infrante e alcune riflessioni che furono di Emilio Vedova ("Flusso [...] continuo [...], echi infiniti, rimandi visivi, memorie, vertigini precipiziali"). Artista di fervida immaginazione, Rossi, attraverso i suoi emotivi ‘mosaici’ cromatici (per tinte forti, talora in contrasto dinamico o ‘disarmonico’), ci invita alla trascendenza. Il ‘mosaico’ di Filippo Rossi (opera tradizionalmente formata da piccole tessere di pietre dure, smalto o vetro colorato commesse insieme) è composto anch'esso da opere-'tessere’, che, però, costituiscono, come suggerisce il titolo, 'una sola' entità (unum), ‘unica’ ed irripetibile (unicum), vale a dire un’opera globale sempre uguale e sempre diversa a se stessa nel suo divenire, dove i vari elementi sono, appunto, come tessere di un mosaico ininterrotto senza principio e senza fine (in continuum). Non un gioco, quindi, neppure un gioco pur elegante e concettuale, ma un vero e proprio ispirato itinerarium fidei, che, in un certo senso, lo pone direttamente in contatto simbolico e semantico con l’origine etimologica stessa della parola ‘mosaico’ (dal latino dotto medioevale opus musivum, musaicus, derivato da Musae, con riferimento alle grotte dedicate alle Muse, che adornavano i giardini romani – luoghi ameni di svago dedicati agli otia – e che erano incrostate di superfici decorate secondo tale tecnica). Di primo acchito la composizione, nel suo insieme, può sembrare totalmente astratta e il suo perimetro irregolare far pensare quasi ad un lacerto di mosaico pavimentale romano, richiamando alla mente quelli superbi della villa di Casale presso Piazza Armerina in Sicilia, ma anche a tanti frammenti musivi di Pompei e di ville tardo-imperiali, rinvenuti in scavi archeologici. Se osserviamo bene, però (con gli occhi della mente e soprattutto della fede), quel perimetro apparentemente casuale, come lo è in un reperto antico disseppellito, richiama la silhouette di teorie musive bizantine ed arabo-normanne. Le ‘tessere’ sono come terminali di un microchip dell'anima, come i pensieri, i dubbi e le certezze che ‘riempiono’ la testa, come le idee dell’uomo prima di tradursi in realtà o rimanere nella sfera del sogno e dell’utopia. E proprio come un affastellarsi di idee e di imput, quelle ‘tessere’ ora sono cupe, ora sfolgoranti o immaginifiche, abitatrici misteriose di un'’onirica ‘isola dello Spirito'. Come si è detto, ogni opera - da quelle grandi di 60x120 centimetri a quelle più piccole di 60x60 - ha una sua vita a sé stante, autonoma come un’idea o un'intuizione ispirata di fede, ma inscindibilmente legata al contesto globale, che raggiunge una sua identità attraverso la giustapposizione e fusione delle singole identità delle ‘tessere’. Tale universo segnico è quasi una summa dell’arte di Rossi, dove ritroviamo elementi latamente figurativi (in minoranza) e astratti o informali. Il mondo di Filippo si esplica, in tal modo, attraverso figurazioni ‘infantili’ o immaginarie, tramite giochi di forme astratte e cromatismi informali con fiammate di luce cinetica e macchie ‘pollockiane’ che poi vengono ‘interpretate’ escatologicamente (come quando da ragazzi si cercavano immagini nelle forme delle nuvole, trascendente 'luogo'-topos del Paradiso). La variegata pittura di Rossi è una sorta di ribollente ‘calderone’ dove si incontrano, si amalgamano e si scontrano i più disparati echi dell’arte del Novecento e delle sue infinite avanguardie, dal luminismo della sperimentazione veneta postbellica ai cromatismi di Mark Rotko. Nonostante questi variegati citazionismi (ed autocitazionismi), l’opera di Rossi si trasforma in un ‘unico’ finale assolutamente originale e personalissimo, proprio come le idee e la cultura del passato (le ‘radici’) sono alla base di ogni nuova ed autonoma via del sapere umano. Formalmente, tutti i pannelli-‘tessere’ sono opere quadrate o rettangolari (come, appunto, le tessere dei mosaici), ma nell’uniformità armonica di tale sinfonia ecco che ‘esplodono’ note in contrappunto cromatico e materico (increspature di carta e di gesso) disarmonico o meglio atonale, come nella musica dodecafonica: da qui il neologismo che connota il titolo, ‘mosaicale’, non tanto nell’accezione già oggi esistente di aggettivo derivante da mosaico (‘costituito da mosaici’: ad esempio, complesso mosaicale; termine che si affianca ai precedenti ‘musivo’, cioè ‘di pertinenza del mosaico’, e ‘mosaicato’, ‘decorato a mosaico’), ma piuttosto di fusione dei due termini di ‘mosaico’ e di ‘musicale’, anche quest’ultimo – guarda caso – connesso etimologicamente alle Muse: ‘musica’ deriva, infatti, dal greco musikè tèchne, l’arte delle Muse per antonomasia. Del resto, Rossi, è storico dell'arte oltre che pittore ed ama l’armonia e la classicità attraversate, però, dalla sperimentazione novecentesca e contemporanea. Il riferimento alla musica è sempre stato stretto nella produzione sacra informale di Rossi ("ho cercato di tradurre in termini visivi un sensibile vibrato interiore, configurando un'esperienza 'musicale'"), anche se in alcune opere ancora del 2008, come l'imponente monodia, mistica ed ieratica, del Magnificat (un trittico sostanzialmente monocromatico, nelle gradazioni di bianco di beige e di oro, visivamente quasi neoliberty), si richiamano espressamente ad un trionfo dell'armonia cosmica e - come egli stesso la definisce - "sacramentale": in sostanza, un'aurea scala cromatica melodica ascendente (da Maria verso il Sol Iustitiae) e discendente (da Dio Creatore verso la sua Creatura, cui l'unisce il pentagramma, il rigo musicale sul quale si scrivono le note della creazione stessa) di sapore tardo-romantico, in una tessitura armonica wagneriana. Ma ciò già allora frammentava e indeboliva, almeno in parte, la percezione del senso di tonalità e contribuiva al seguente crollo del sistema tonale e alla nascita della sua attuale pittura 'dodecafonica'. La convergenza dell’Unum, Unicum, Continuum di Rossi con la dodecafonia è concettuale e simbolica. La dodecafonia – come si rammenterà – è una tecnica compositiva ideata da Arnold Schoenberg (1874-1951), esposta in un noto articolo del 1923 (Komposition mit 12 Tonen) ed avente lo scopo di sostituire le funzioni allora presenti nella musica tonale (informata a principi armonici e melodici che regolano i legami tra accordi e note in un brano musicale), consentendo al compositore di creare brani complessi strutturati sul principio della pantonalità (termine impiegato da Schoenberg al posto di atonalità, che egli respingeva). Il compositore viennese aveva affermato che "nella musica non c'è forma senza logica e non c'è logica senza unità"; la dodecafonia non andava considerata come un momento di rottura con la musica del passato, ma come il tentativo di conciliare le scoperte espressive della musica contemporanea ed in particolare della musica espressionista con la tradizione. Lo stesso concetto è ripetibile per il tentativo figurativo di Rossi: una forma – quella dell’Unicum – che è logicamente connessa all’Unità pur nella molteplicità degli elementi (‘tessere’-quadri) che orchestrano l’insieme complesso, basandosi su un effetto non di gradazione cromatica tonale ma di puntuale dissonanza ovvero su un insieme di colori (corrispondenti ai suoni eseguiti in musica) impiegati simultaneamente con effetto di ‘scivolamento cromatico’ e tali che l'effetto complessivo risulta aspro e ‘stridente’ (quindi, cioè, neospressionista). L’impiego di tale effetto, tuttavia, non vuole ‘rompere’ con il passato (da qui il riferimento al mosaico classico), ma coniugarlo con le tendenze di ricerca formale postmoderna e che si abbevera alle sorgenti spirituali di un eclettico neomedievalismo, nell’ottica di un ‘nomadismo’ culturale (per usare la nota definizione concettuale formulata da Bonito Oliva per la Transavanguardia). Attraverso il ‘modulo’ reiterato della ‘tessera’-quadro non strettamente omologata nelle dimensioni e senza misure assolutamente ricorrenti e totalmente ‘dominanti’, Rossi applica una tecnica ‘atonale’ che si allontana, però, da un ‘serialismo integrale’, così come la dodecafonia di Schoenberg aveva adottato serie (scale cromatiche musicali) che non rompevano totalmente con la tradizione melodica, come poi farà, invece, ad esempio, il francese Pierre Boulez. Dal mosaico – quello arabo-normanno siciliano – egli trae due elementi che riproduce, attualizzandoli, nel suo Unicum: la luce e la variegata poliedricità del colore senza tonalismo. Rossi, del resto, antepone sempre, per importanza, alla forma il colore, affermando prepotentemente che un’opera pittorica è inizialmente un ammasso di colori da cui, come dal caos primordiale attraverso la Luce, poi prendono nitidezza e riconoscibilità le forme. Luminosità emergente dall’opera di Rossi attraverso l’uso preponderante di colori 'assoluti’ primari (rosso, blu, oro, rame e argento dati con l'antico sistema 'medioevale' in foglia), dove le ‘tessere’ a fondo scuro divengono come punti di ombra sulla superficie totale, in assonanza con quanto avviene nei mosaici colpiti dalla luce e dove le irregolarità provocano giochi sottili di bagliori, rifrazioni, riflessi e oscurità. Le stesse emozioni che ci dà questa complessa e ‘semplice’ opera, di grande sintesi formale e concettuale, di Filippo Rossi. Un'orchestrazione sperimentale di grande impatto, anche per la volontà di 'nobilitare' materie fredde ed industriali come il polisterene (in questo caso con affinità concettuali con il Nouveau Réalisme caro a Pierre Restany), così come in antico il mosaico aveva nobilitato un materiale d'uso come il vetro. Un'astrazione di Luce che ci richiama alla mente quanto scritto dall'artista stesso: "la bellezza che io cerco di creare nasce dalla luce, trasmessa soprattutto attraverso la foglia oro. Personalmente cerco la bellezza per servire alla verità [...]. E cerco me stesso". Anche in questo complesso Unicum esposto a Monreale Rossi (per impiegare sempre sue parole) non narra del Divino, ma invita chi lo vede e lo contempla "a partecipare personalmente al dialogo tra l'artista e Dio, tra la creatura e il suo Creatore". Giampaolo TROTTA