miscellanea

Filippo Rossi. articolo di Mariano Apa, La Rocca, 15 settembre 2008, Assisi.

ROSSI. Mariano Apa, La ROCCA, 15 settembre 2008, ASSISI.

 

Il pellegrinaggio al Sacro Monte di Varallo è, nel­la nostra attualità, im­prontato alla spiritualità montiniana, con il ricordo di Mons. Pasquale Macchi e di Floriano Bodini. Il la­scito della riforma cattolica, l'impalcatura strategica­mente disposta al coinvol­gimento esistenziale, emo­tivo, culturale, religioso del fedele e di chiunque si avvi­cini all'opera, rimane intat­to in quanto il suo disporsi tra pittura, scultura e archi­tettura, decide uno spazio artistico totale. Che nella sua totalità aspira a farsi analogico della ritualità li­turgica. In tale disposizione, che impone all'arte di esse­re sacra nella iconografia e liturgia nella valenza pasto­rale e del coinvolgimento ri­tuale, riposa, ancor di più, la significazione montinia­na del fare arte, di disporsi all'aura del Movimento Li­turgico con Montini in dia­logo con Herwegen e Casel. Tale variante montiniana allo sguardo del Monte Va­rallo, ci aiuta a entrare nel­la interessante realtà della manifestazione della Imago Veritatis, che con l'Associa­zione Sant'Anselmo ha a giugno curato «La salita a Cristo. Arte del Sacro Mon­te ieri e oggi», per la cura di Lucetta Scaraffia, Timothy Verdon e Filippo Rossi, ai quali, rispettivamente, si debbono interventi nel ca­talogo relativo alla manife­stazione (edito dalla Imago Veritatis e Interlinea Edizio­ni): «L'arte come esperien­za spirituale» (Scaraffia), «Segno cosmo immagine» (Verdon) e «Al centro del Crocifisso» da parte di Ros­si.

Al giovane Filippo Rossi - Firenze, 1970 - si deve non solo l'intervento saggistico in catalogo ma anche un mettere in mostra nella contemporaneità il dato culturale ed ecclesiale del­la Visione Artistica del Sa­cro Monte. Infatti Rossi trasferisce nella parlata del­l'astrazione il dato tradizio­nale dei maestri dell'Accademia fiorentina e della scuola dell'Annigoni, per via di Vignozzi in Accade­mia, e per la via di Annigoni per tramite di Stefanelli e d'Elia. Se la figurazione aulica e narrativa dell'anti­co Maestro novecentesco aiuta a sostenere la sintas­si della composizione - sin­tassi che è anche capacità, da parte di Filippo Rossi, di geometrizzare le materie impiegate, una geometria del sacro che è canone compositivo e dato eccle­siale dell'opera -, immette in tale sintassi una invasio­ne di gestualità e di equili­bratura di materiali feno­meni logicamente interpre­tati alla luce del dato orto­dosso della calligrafia ico­nica. Gli ori come lascito trecentesco fiorentino è in­castrato con le foglie d'oro della ortodossia delle Ico­ne, il tutto viene a lievitare il dato postinformale della matericità di legni e di in­crostazioni materiche che denotano un afflato all'In­formale europeo di stampo fautriano o di certo Bendi-ni risolto, però, per via ma­terica e non per via di vela­tura. Rossi insiste con la matericità del materiale impiegato in pittura, per­chè lo vuole affermare nel­la traduzione di trascen­denza, di sublimazione dato dalla realtà in oro, che, allora, ricorderà l'orto­dossia ma si impegnerà a mostrarci il dato contem­poraneo della spiritualità, in quanto linguisticamen­te Rossi si impegna a co­struire una pittura sacra in quanto pittura di esistenzialità del sacro. L'opera di Rossi, allora, criticamente, linguisticamente, aderirà alla sensibilità della con­temporaneità montiniana con cui si legge oggi il Sa­cro Monte di Varallo, con­giungendo il Concilio di Trento al Vaticano Secon­do e, così, ricordando a tre decenni dalla sua scompar­sa, il Papa del discorso agli artisti, in Cappella Sistina il 7 maggio 1964.