miscellanea

FILIPPO ROSSI: Andare oltre la forma per “riconoscere” l’Essenziale, per rendere visibile l’Invisibile di Anita Valentini

Dal 5 al 24 marzo la mostra intitolata FILIPPO ROSSI. SEGNI è stata allestita nelle Sale Museali di Palazzo Medici Riccardi di Firenze. Organizzata da ModoFiorentino Associazione Culturale, ha aperto la serie espositiva CONTEMPORANEA che la stessa associazione, per volere del suo Presidente, Luigi Bicchi, organizzerà annualmente. Il mondo di Filippo Rossi è un mondo di teofanie, di puri eventi dell’Essere. Pur avendo abbandonato la pittura tradizionale figurativa che per la Chiesa Cattolica è stata un potente strumento di divulgazione della fede, fruendo di strutture e materiali polimaterici (metalli preziosi, legno, juta, carbone, polistirene, carta garzata, bisso, vetro etc.) l’artista mantiene con la tradizione un rapporto preciso, legato alla materia e al segno, per dirigersi “lontano”. La dimensione ottica-percettiva della sua arte si modula in componenti non figurative, ma iconiche in quanto simboliche ed emozionali, che traggono l’opera al di là della pura e semplice evidenza segnica ed oltre la razionalità fredda di certo strutturalismo attuale, a cui, Rossi, artista astratto, solo in parte aderisce. La figurazione e la non figurazione nell’ambito del sacro si caratterizzano da sempre, invero, per accenti differenti. Se la tradizione figurativa ha pensato più all’esplicitazione di un racconto finalizzato alla perpetuazione di una memoria individuale e collettiva, alla glorificazione di una historia di un Dio che si fa uomo nel nostro mondo, destinata al ricordo e alla ri-attualizzazione, l’arte non figurativa si pone più come finalità di andare al cuore del visibile, per accedere all’invisibile. In realtà ogni arte è “astratta”, in quanto l’artista astrae sempre dal mondo naturale delle forme, per rielaborarle. Per l’arte non figurativa si potrebbe parlare di un desiderio di attraversare la “superficie” del reale, per suggerire un universo di significati. Non si vuole affermare qualcosa, quanto piuttosto “evocare”, traducendo in forme e in colori la propria testimonianza di Dio, dell’assoluto. Le opere di Rossi, esprimendo tale percorso artistico e spirituale, sono costituite essenzialmente da innesti materici di legni di varia natura (trattati e crudi), da superfici compatte, corpose nei colori, da “spazi” di luce tramite l’uso di metalli preziosi come l’oro e, più raramente, l’argento con cui interagiscono segmenti geometrici monocromi (bianchi, rossi, gialli, neri, indaco, etc.). La sua è, dunque, superficie chiara e visibile, che viene mossa di sovente dalla materia di cui si compone e da lamelle (di plastica trasparente, di carta, di juta etc.) sia di colore uguale a quello del piano di fondo che differente. Si pone come spazio infinito, in senso sacro più che metafisicamente cosmico. L’inserto lamellare subentra in questo campo di azione, determinandolo attraverso una forma alle volte graficamente ordinata con estrema nettezza, in altri casi maggiormente libera. L’essenza costitutiva scaturisce, quindi, dal rapporto fra la campitura spaziale, suscettibile di dilatazioni, e la modulazione ritmica delle lamelle variamente inserite e sovrapposte a dare accentuazioni diversificate di luce e di ombra, con precisi riferimenti ad una dimensione atemporale. Si hanno così superfici indeterminate in cui gli elementi compositivi si pongono come direttrici e determinazioni spaziali. Quello che risulta, dalla lettura dell’opera di Rossi, è la possibilità di accogliere come “dato” non l’oggettivo configurarsi delle forme, bensì “la forma” come effigie di Dio e dell’uomo. Il campo primigenio di riferimento è nel colore; le strutture adottate sono poi tipiche: sono quadrate, rettangolari, rotonde e ruotanti su se stesse od a incastro con inesauribili possibilità di moto, poligonali frammentate ed ancora… a croce, il Signum più alto. L’artista ricorre ad una tecnica di carte incollate, di vetri, di juta; le sue opere pittoriche astratte sono sempre sul punto di sbocciare in oggetti: sensazione che provoca non tanto solamente la tridimensionalità, lo spessore così ottenuto, bensì, principalmente, il fatto di essere coinvolgenti e significanti. Dalla pittura alla scultura, alle installazioni. Non vi è dubbio che la matrice dell’esperienza fantastica e della poetica di Filippo Rossi si nutra di intelletto autentico, di paziente e meditata ricerca del Vero Assoluto, di “sostanza” di simboli e di necessità interiore. In Firenze, ai nostri giorni, l’arte di Filippo Rossi unifica ed interrelaziona astratto e sacro. Le tele e le composizioni polimateriche – objets trouvés rivisitati – vengono concepite come superfici – di sovente “tridimensionali” – in grado di assorbire la luce del giorno, per poi rifletterla all’ambiente circostante. Il tema della luce, sotto il quale sono raccolti numerosi dipinti, implica una tale complessità di contenuti e di componenti che non può riassumersi in un segno unitario, significante, che non sia, appunto, rimando, ancora e sempre, al divino nel suo divenire e nel suo Essere. Fin dai dipinti degli esordi di Rossi (1994) la compatta integrità strutturale si animava di luce. I pigmenti preziosi delle strutture, in sezioni dalle campiture rettangolari o quadrate, lasciava emergere una sorta di “anima sacra” che si riversava all’esterno, facendo interagire un “divino profondo” con un “umano interno” – la superficie cromatica maggiore – e un “umano esterno” – noi: il racconto della materia umana, che, sempre crescente, si fa dolore, morte e poi vita e resurrezione in Cristo. La materia dai molti colori raffigura o meglio “significa” l’uomo stesso, principio e termine della cultura occidentale. La nuovissima serie pittorica di Filippo Rossi, da lui denominata Strati e Frammenti (2014-2015), appare più corretto considerarla una serie di pitto-bassorilievi dalle sezioni irregolari di materia: un tripudio di bianchi, con “episodi” dagli intensi colori, crea una sorta di opus incertum che non costruisce muri, ma sembra voler ricostruire l’uomo in questi tempi incerti. In tali importanti opere, non solo per il significato, ma anche per dimensioni, sono altrettanto protagonisti gli squarci e le ferite “potenti”, resi tramite strumenti di taglio ed acidi e bitume incandescente. L’artista desidera scavare nel profondo della nostra carne e della nostra anima – “strati” materici – per farci recuperare, insieme a lui, gli elementi più veri del nostro essere, quei “frammenti” che dobbiamo imparare a congiungere per “ricomporci”. La dimensione remota e icastica delle sue opere, allusive alle volte ai totem delle culture primitive – la Colonna della Fede del 2013 ne è potente esempio – , altre volte ancora alle icone della tarda antichità bizantina, in cui si attua un “ossessivo” ritorno alla luce e ai colori, ancor più di figure antropomorfiche incammina verso lo stupore di una sconcertante sacralità. L‘artista lascia trapelare il grande mistero cosmico e umano delle origini in un’atmosfera arcana, che l’autonomia dell’immaginazione e il ricordo di un lontano tempo dove suoni, luci, forme e movimenti erano potenti media, rescisso il vincolo della memoria figurativa ed eliminata ogni discordanza temporale, trasferiscono nel presente per farne “luogo” di eternità, con tutto il fascino e il pathos che l’operazione contiene. Le sue opere – non scriviamo pitture, poiché il termine sarebbe improprio – sono piccole architetture mediate da un senso forte del Sacro. E nei dipinti, spesso polimaterici, incontriamo una forma a tre dimensioni, ma posta su un piano – quello del quadro. Una forma che nella sua tridimensionalità permette all’artista contrapposizioni di contrapposizioni, contrasti di contrasti: Dio e il male, la gioia e il dolore, la salvezza e la perdizione nella negazione del divino e, quindi, la dimostrazione – più che di formule semplici – di sistemi di formule. Possiamo definire, dunque, l’arte di Filippo Rossi un’arte visiva di ricerca. Una ricerca che si limita a un campo: il Sacro – divino e umano. Un campo “ristretto” tanto quanto basti perché l’analisi debba essere rigorosa e il più possibilmente completa.