miscellanea

Un bell'articolo di Enzo Bianchi, Priore di Bose, sulla mia mostra a Camaldoli. Pubblicato su Toscana Oggi del primo numero di settembre 2013.

ENZO BIANCHI Priore di Bose Per “I COLORI DEL SILENZIO” di Filippo Rossi Da non molto conosco l’attività di Filippo Rossi, un’artista che con le sue opere sa coniugare l’arte con la liturgia cristiana. Conosciamo la difficoltà e la fatica di questo tentativo di creare opere contemporanee che siano a servizio della liturgia e sappiamo anche degli scarsi risultati ottenuti… Filippo Rossi – ne sono convinto – attraverso una capacità simbolica che emerge dalle sue opere riesce a fornire quegli elementi che non sono solo ornamentali, ma che sono degni di entrare come “concelebranti” nella liturgia cristiana. Mi sono sentito confermato in questa convinzione andando a Camaldoli per gustare la mostra “I colori del silenzio”, allestita nella cappella romanica della foresteria del monastero. Il linguaggio delle opere di Rossi è informale, non figurativo, un linguaggio “altro” rispetto alla nostra idea di immagine. Le domande poste dalla sua arte sono: come rappresentare l’invisibile? Come rispondere all’anelito dell’oltre che abita l’uomo? Come riprodurre fuori di sé ciò che ci abita nel più intimo? Rossi cerca di indicare percorsi per poter rispondere a queste domande: risposte per allusione, che riflettono a volte presenze elusive, come quella della croce, che è tra le più attestate nelle sue opere. Quando si entra in questa cappella, si è portati a vedere l’altare in fondo a essa, e balza subito agli occhi, dietro all’altare, una pala policroma nella quale emerge la croce in una sorta di iride, di spettro di colori e di tonalità create dalla luce. Al centro dell’iride vi è una lama bianca, di piena luce, che come un fulmine scende dall’alto in basso, ma tutti i colori dello spettro sono inondati da questa luce, sottile lama bianca. È questa croce gloriosa che si erge in prospettiva sull’altare a dare il télos, lo scopo a tutte le opere che Rossi ha disposto sulle pareti, le quali formano una processione, un movimento diretto verso la croce. L’oro e il colore si esprimono in tutta la loro forza, grazie alle campiture nere che si trasformano in uno sfondo sul quale emerge la forma della croce: le sue braccia terminano in un oro rutilante che ne canta la gloria. È così che forme e colori avvicendati lungo le pareti della cappella in pietra scabra (solidità romanica!) vengono riportati in un percorso di avvicinamento alla croce. Sicché le opere di Rossi sulle due pareti laterali aiutano a questo sguardo in profondità, diventano tracce di un cammino nel silenzio verso l’altare e verso la croce che lo sovrasta e gli fornisce la parola, “la parola della croce” (1Cor 1,18) espressa nei colori e nelle forme. Filippo Rossi ha appreso il linguaggio e l’insegnamento lasciato dagli esponenti dell’informale italiano e dall’esperienza della prima arte povera, facendo compiere a queste ricerche artistiche un balzo in avanti, sino a ora previsto solo in parte, quello dell’incontro con la trascendenza e in particolar modo con il vissuto cristiano. Gli strumenti, tanto semplici quanto altamente significativi ed espressivi, a disposizione di Rossi sono quelli essenziali dell’informale: linea, colore, forma, materia, gesto. Essenziali come una fede matura. Osservando attentamente i pannelli si nota subito l’attenzione alla materia. Il colore si sovrappone a imperfezioni nella superficie - raschiature, tagli – in altre parole al vissuto. La vita si stratifica lasciando il segno e divenendo taglio, increspatura, sovrapposizione. Cogliamo il risultato del gesto dell’artista e possiamo immaginarne plasticamente il movimento. Dai tagli emerge il profondo, ciò che il colore copre e non fa trasparire, la natura del supporto. Questi segni giocano con la luce che rende la superficie sempre nuova all’occhio col cambio di prospettiva. Le dimensioni dei pannelli richiedono da noi un’immersione dello sguardo, un coinvolgimento dei sensi. Possiamo pensare a come anche il nostro animo si taglia, si ferisce e guarendo si cicatrizza. Gli eventi della vita che ci coinvolgono si assommano come i segni su questi pannelli. Il linguaggio visivo di Rossi lascia intravedere sulla superficie dei passaggi, che non si rifanno a un evento preciso, ma che sono capaci di rievocare nell’osservatore una propria emozione, come se fosse stato lui a compiere quel gesto. Così come quando nella memoria emergono in noi sentimenti provati in passato, ma non siamo più capaci di ritornare all’evento che li ha innescati. Quello che ci resta è il sentire, quello che il corpo ha assorbito. È da sottolineare un possibile rapporto tra l’eredità di Alberto Burri e il lavoro di Filippo Rossi. Burri sceglie il sacco come materiale per rappresentare il vissuto. La juta si impregna del colore e dell’odore del suo contenuto, si logora nel trasporto, si rattoppa. Riesce a raccontare molto più di ciò che è semplicemente presentandosi al nostro sguardo e al nostro intelletto. Rossi riprende questo materiale e con esso il suo forte valore simbolico e narrativo in Conformarsi al crocifisso, opera del 2012 esposta ad Assisi. Il sacco in questo caso diviene una croce. Questo stesso rapporto tra materia e vissuto è certamente presente nelle opere proposte a Camaldoli. Lo schema compositivo propone all’osservatore un ulteriore passaggio. Ogni pannello è attraversato da figure geometriche quadrangolari che dialogano quindi con la figura complessiva data all’intera composizione. Di queste forme quadrangolari non riusciamo mai a percorrere con lo sguardo tutto il perimetro. Uno o più lati sfuggono allo sguardo e sono fuori dal pannello. L’unica eccezione avviene per il pannello di tonalità verde scuro. Queste forme intersecano il quadro ma sfondano la superficie arrivando da diverse direzioni e guidando l’occhio ora verso l’interno, ora verso l’esterno della composizione. Si innescano quindi due movimenti: uno centrifugo e uno centripeto. Al lavoro sulla superficie si somma il colore. Questo da solo è già espressione, le correlazioni che se ne possono trarre sono sempre nuove e inedite per ogni osservatore. Le figure geometriche all’interno dei pannelli dialogano sia per contiguità cromatica, attraverso l’uso di tonalità simili, oppure per complementarietà come l’uso del viola sul pannello giallo o del rosso sul pannello verde. Questo contrasto ha un valore fortemente espressivo. Lo sguardo è chiamato a muoversi, a scoprire rapporti inediti, a riflettere. Ogni pannello, ogni composizione che di per sé potrebbe dirsi conclusa viene raccordata alle altre attraverso un percorso di frammenti color oro che le attraversano. L’oro in questo caso è sia un colore sia un materiale, e ancor di più un catalizzatore della luce dell’atmosfera all’interno della composizione. Questi frammenti di luce che si condensano nella croce al culmine della sala. Lascio la mostra di Camaldoli con l’impressione nel cuore di aver fatto un pellegrinaggio, un cammino verso la croce segnato da colori diversi, tanti quanti sono i sentimenti che stanno al cuore di una vita interiore. Mi restano negli occhi quei tratti d’oro, tracce di un lento, faticoso, discontinuo eppure deciso movimento del nostro profondo verso la croce, e quindi verso colui che di uno strumento di morte e di ignominia ha saputo fare un cammino glorioso, gloria dell’amare e dell’“amare fino alla fine” (cf. Gv 13,1). A Camaldoli Rossi ha abbinato ai dipinti anche una ‘scultura’: una colonna composta di sezioni orizzontali di tronchi d’albero che come ruote, possono essere fatte girare--come i rotoli delle preghiere nei monasteri buddhisti del Nepal o del Tibet. Quella colonna dice e ridice la fede in una dimensione verticale e, nel contempo, nelle sue sezioni orizzontali, dice la mia povertà, quella che mi porta a ripetere a me stesso le parole che esprimono la mia fiducia nella croce e in colui che su di essa regna. Sì, vale la pena salire a Camaldoli e vivere questa esperienza spirituale!