miscellanea

Il Segno Vittorioso Timothy Verdon in 'LOsservatore Romano', 14 settembre 2012, p.4

Il segno vittorioso Timothy Verdon Nell’anno in cui l’Occidente ricorda la visione avuta dall’imperatore Costantino alla vigilia della Battaglio del Ponte Milvio, di una croce accompagnata dalle parole “In hoc signo vinces”, “In questo segno tu vinci” – l’anno che Benedetto XVI ha indetto come un tempo di speciale riflessione sulla fede cristiana che l’appoggio di Costantino ha poi aiutato a diffondere -, l’attenzione al segno centrale del Cristianesimo, la croce, sarà infatti notevole. A Firenze, ad esempio, per una settimana all’inizio di novembre i crocifissi lignei di Donatello e Filippo Brunelleschi, insieme a quello scolpito dal giovane Michelangelo Buonarroti per gli agostiniani del Convento di Santo Spirito, verranno esposti nell’antico Battistero di San Giovanni, in ciò che gli organizzatori non chiamano ‘mostra’ bensì ostensione, insistendo sul senso primariamente religioso di questi capolavori d’arte ma anche di fede. Le tre opere quattrocentesche, che presentano la morte del Salvatore in termini di forte pathos umano, verranno viste in quell’occasione sotto l’enorme mosaico duecentesco di San Giovanni, che rappresenta il Cristo glorioso che torna alla fine dei tempi come giudice; questo Cristo, spesso attribuito a Coppo di Marcovaldo, tuttavia evoca il Calvario, tenendo estese in forma di croce le braccia, e facendo vedere le piaghe sia nelle mani che nei piedi. Le quattro opere – i tre crocifissi di grandezza naturale e il mosaico alto otto metri – insieme riassumeranno il senso mistico della visio Constantini, abbinando sofferenza e gloria, sconfitta e vittoria, nella paradossale logica del mistero pasquale. Qualcosa di simile traspare in una delle mostre organizzate all’interno della fitta serie di manifestazioni promosse dalla Conferenza Episcopale Umbra col titolo generale “In hoc signo. La Croce nell’arte, nella cultura, nella fede”. Parlo della mostra In hoc signo: Filippo Rossi, il segno del sacro che s’inaugura, come tutte queste iniziative umbre, il 14 settembre, Festa dell’Esaltazione della Croce, e continua fino al 27 ottobre, commemorazione della visione di Costantino. La mostra si svolge ad Assisi, e precisamente alla Porziuncola, e quindi la ricorrenza del 14 settembre ha un’ulteriore significato, dal momento che fu intorno a quella data che san Francesco ebbe anche lui una visione, a La Verna, e ricevette le stimmate. In ventun opere nuove, realizzate per l’occasione, il fiorentino Rossi attinge dalla tradizione le contraddittorie coordinate sopraccennate - sofferenza e gloria, sconfitta e vittoria – e le rilegge in chiave francescana. L’oro - di cui questo artista fa sempre copioso ma intelligente utilizzo – diventa l’inatteso risvolto, l’anima segreta dell’esperienza del Poverello, esplodendo trionfalmente sullo sfondo di juta marrongrigo. E la straordinaria capacità che Rossi ha di comunicare in un idioma astratto, investendo di palpabile umanità sia i suoi strumenti matrici che le tecniche che usa, in queste opere raggiunge un livello del tutto nuovo. Qui il giovane pittore invitato da Benedetto XVI insieme ai grandi, all’incontro della Sistina nel 2009, comincia a essere maturo, un maestro in cui s’intravede – in un futuro non lontanissimo - una grandezza propria. Infatti le opere che espone alla Porziuncola fanno rivivere le emozioni del momento fondativo evocato in altre delle manifestazioni assisiate di questi giorni—il momento della Pro Civitate e di Crocetti, Paganini, Mattioli, Fausto Pirandello e William Congdon. Come Congdon, Filippo Rossi fa veramente suo il segno che dipinge per questa mostra, la croce, del resto sempre più presente nelle sue opere negli ultimi anni. Credente, attivo nella vita della sua diocesi e della parrocchia, sposato e con quattro figli, ha un rapporto concreto ed articolato con il mysterium Crucis, ma anche una dimensione mistica altrettanto concreta—intensa, a volte visionaria, ma mai instabile, mai irreale—da mistico italiano, insomma, non spagnolo, più Francesco d’Assisi che Juan de la Cruz. Guardando a alcuni dei grandi pannelli lignei in cui Rossi ha bruciato con fuoco vivo la forma della croce (Il roveto arso, Impronta), o dove ha flagellato la superficie o graffiato con violenti tagli (Mistero della Vita, Il prezzo), vengono a mente le parole con cui Congdon ricordava la sua conversione: “L’incontro con Cristo, dopo il 1959, mi fa scoprire che il suo dramma di croce è pure mio. E questo mi porta al Crocifisso tramite un ritorno alla figura, figura mai più da vedere o dipingere disgiunta dalla croce. Mi interessava non la figura in sé, ma la figura come Croce, in ciò che la croce fa del corpo di Cristo”. Al contempo, all’interno di questa concentrazione così totale, vi è lirismo (Alter Christus), tenerezza (Et incarnatus est), perfino un colto umorismo (Ich und Du). Quella di Rossi è ricerca linguistica ad uno scopo ben preciso ed elevato, che tende al simbolico, e per lui il termine ‘segno’ ha tutto il peso di cui il pensiero del Novecento l’ha caricato e qualcosa di più! Questo artista – cattolico e quindi cresciuto a contatto con i massimi ‘segni’, i sacramenti, vuole comunicare la propria esperienza di Dio e spontaneamente crea opere davanti a cui ci sentiamo una ‘reale presenza’ (Sancta Sanctorum, Rex gloriae, Al cuore della gloria). Ha un unico talento nel configurare simboli che commuovono (Paupertas, Spes, Il velo del tempio si squarciò, Rivelazione), e sentiamo che deve essersi consegnato a Chi viene simboleggiato nella sua arte alla stregua di Congdon, il quale, decidendo di vivere come cattolico e pittore sacro in Italia, scrisse ai genitori: “Per la prima volta nella mia vita non sono solo. Non ho età, né peccato. Non ho paura del tempo. Non ho altra responsabilità che crescere nell’amore di Cristo, nella conoscenza di Dio come Egli vuole, nella pittura o in qualsiasi modo, così come Egli mi ama. E morire in lui e vivere per sempre”. Queste opere di Filippo Rossi comunicano un’analoga esperienza dell’Assoluto.