miscellanea

Verso l'intuizione del Divino, fra materia e colore.
Giampaolo Trotta.
Testo della Mostra 'De la Figurat la Abstract. Drumuri noi in pictura contemporanea' europeana'.
Casa de Cultura 'G. Toparceanu'. Curtea de Arges, Romania.
8 sett. -6 ott. 2010

Verso l’intuizione del Divino, fra materia e colore

 

I quadri-sculture di Filippo Rossi, nella loro matericità astratta, sono autentiche ‘parabole’ di vita e di fede cristiana.

Rossi impiega il materiale più antico per eccellenza, la tavola, una tavola spesso di legno vecchio, nodoso e tarlato, segnato dal trascorrere del tempo e dall’uso (cfr. Domani avvenne; Rex); alter volte lacerti di tela (cfr. Passaggio a Nord). Su queste ‘tavole’ grezze e ruvide, egli, come un artista del Medioevo ‘santo’, applica le sue tinte, le sue foglie d’oro, le sue tele, le sue increspature. La luce dorata si sprigiona ed ‘esplode’ simbolica dall’oscurità del legno come in un’icona bizantina (crf. Tau d’oro, il bastone di Sant’Antonio Abate e la croce di Francesco d’Assisi; Notte di stella; Icona I e Icona II, il Volto Santo nel fazzoletto della Veronica) e sfavilla tra colori essenziali e tutti giocati sui toni del crema, del marrone e dell’oro (Tau d’oro; Uno), del nero (Noire IV; Notturno), dell’argento (nella messianica Notte di stella), talora con simboliche accensioni di rossi a raccontare l’eterna morte e resurrezione di Cristo (Domani avvenne). Un‘astrazione nella quale sta la sapiente costruzione dell’’oggetto’ artistico, la sua materia che si fa messaggio interiore ed evangelico; un’intelaiatura geometrica ‘logica’, dove però la ratio lascia lo spazio al soffio ineffabile e lirico dello spirito che informa e plasma la materia stessa.

Una padronanza assoluta, quella di Rossi, non solo della materia ma anche del linguaggio mediante il quale esprime concettualità liriche sempre più profonde ed interessanti.

Facendo propria soprattutto l’esperienza del Nouveau Réalisme, Rossi si riappropria della materia anonima, dei residui e degli ‘avanzi’ della civiltà consumistica contemporanea, per farli assurgere poeticamente ed emblematicamente a nuova dignità artistica e semiotica.

Una profonda volontà di denuncia del degrado della civiltà occidentale, significata attraverso le superfici macchiate e scalcinate, a indicare i nuovi ‘confini’ moderni e le nuove ghettizzazioni. Le superfici assumono tutto l’incanto onirico e lirico dell’inesorabile trascorrere della vita e dell’invecchiamento, quando l’angoscia del fallimento pare far declinare l’umana parabola nel buio del nulla. Ma tale invecchiamento non è ‘morte’, bensì segno di un’altra Vita, che eternamente ricorre sulle ali impalpabili di una rinata Bellezza divina, denunciata dalle assonanze e dissonanze tonali dell’oro e dell’argento.

Materia che si spezza per dar visione al ‘sottofondo’ del supporto, per accendersi in quella profondità accentuante la tridimensionalità cui tendono ‘escatologicamente’ le opere dell’artista. E dal di sotto, ab inferis, di questo terremoto etico emergono, appunto, i colori saturi ed assoluti delle sue ‘intuizioni’ di monocromo (del Divino), di quel ‘vuoto’ o ‘nulla’ pregno, fatto di colore ma non di forma e di disegno, che tutto contiene come all’alba primordiale della formazione divina dell’universo.

La convergenza delle opere di Rossi con la dodecafonia è concettuale ed allegorica: una forma che è logicamente connessa all’unità pur nella molteplicità degli elementi assemblati tra loro e che orchestrano l’insieme complesso (crf. Uno), basandosi su un effetto non di gradazione cromatica tonale globale ma di puntuale dissonanza ovvero su una serie di colori (corrispondenti ai suoni eseguiti in musica) impiegati simultaneamente con effetto di ‘scivolamento cromatico’ e tali che l'effetto complessivo risulta aspro e ‘stridente’ (quindi, neospressionista).

Giampaolo Trotta